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Casa Vogue. Il treno sonoro di John Cage


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Il treno sonoro di John Cage.

A volte, Casa Vogue, nel suo indagare, esce dai campi classici dell’architettura e del progetto per scovare storie che comunque parlano di luoghi, ma diversi. Spazi dell’abitare umano che non devono essere per forza d’autore, ma che sono, o diventano, contenitori di esperienze e vicende collettive per volontà (o progetto) di un autore – a sua volta non necessariamente architetto o designer. La storia che qui segue e che Casa Vogue pubblicò nel 2012 parla proprio di un luogo della collettività che tutti conosciamo e che pian piano (si spera) ricominceremo a frequentare senza patemi: il treno. Ovviamente un treno speciale. A Bologna infatti, ma per la verità in nessuna città del mondo, uno come quello che, a fine giugno 1978, John Cage, allora 66enne, “condusse” per tre giorni su e giù per l’Emilia si era mai visto. Un treno-laborario sonoro-happening d’avanguardia e altro ancora che, nei decenni, è diventato un pezzetto dell’epica che circonda il compositore americano; un episodio di grande gioia collettiva rimasto nelle rombanti cronache di allora, quando il capoluogo emiliano era una miniera inesauribile di creatività, idee, personaggi. Sarà stata l’estate alle porte, chissà, certo è che l’atmosfera ferroviaria seppure notturna nulla aveva a che fare rispetto al plumbeo e tesissimo clima che solo pochi mesi prima, inizi di dicembre a Milano, aveva accolto Cage al Lirico di Milano per un suo “concerto”, “Empty Words”, preso da poesie di Thoreau. Allora, da solo sul palco del grande teatro (che ancora aspettiamo di vedere finalmente riaperto) il compositore si trovò a fronteggiare un pubblico enorme quanto assolutamente impreparato, pertanto molto rumoroso e infine aggressivo, anche fisicamente. Tutto finì bene, per la cronaca, ma la festa mobile su binari tra Bologna, Porretta e dintorni fu indimenticabile. A scrivere l’articolo Casa Vogue chiamò due testimoni in prima persona di quei giorni. Daniele Lombardi, pianista, compositore, artista visivo, poi insegnante al Conservatorio di Milano e Corinto Marianelli, allora ventinovenne, che si trovò sul treno su invito di Gianfranco Baruchello, il quale avrebbe dovuto girare un film sperimentale sull’evento. Lettori, viaggiatori sedentari, in carrozza…
(Paolo Lavezzari)

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Sound Train

(ovvero, è arrivato un treno carico, carico di….)

Il 26 giugno 1978 alla stazione di Bologna si udì il fischio di partenza del locale Bologna-Porretta Terme-Bologna. Iniziò così uno dei più straordinari eventi musicali del secolo scorso: “Il treno di Cage. Alla ricerca del silenzio perduto. Tre escursioni per treno preparato. Variazioni su un tema di Tito Gotti”. Sì, Tito Gotti, a quei tempi mio collega al Conservatorio di Bologna, ma anche direttore artistico delle Feste musicali del Teatro Comunale; ed era assai sorprendente che un tale distinto ed elegante professore, teso a spiazzare i modi di ascoltare la musica, si trovasse a condividere l’animo e la cultura underground fino a mettere in opera questa “Ricerca del silenzio perduto”, sottotitolo che evocava proprio il celebre pezzo del compositore americano John Cage4’33”. Tacet, any instrument or combination of instruments”. 

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Questo brano a metà del secolo scorso aveva scosso in silenzio tutto il mondo musicale: in partitura era previsto soltanto un silenzio di quattro minuti e mezzo diviso in tre successivi periodi, per affermare che l’assenza del suono non esiste, perché il rumore della vita era comunque presente per chi ascoltava il tacere degli strumenti. Tra l’altro, “4’33” tradotto in secondi dà 273, numero che rimanda alla temperatura di -273°, quella dello zero assoluto. Gotti aveva fatto con Cage un viaggio Bologna-Porretta e ritorno: sul treno da pendolari Cage, come un rabdomante, ascoltò, sperimentò possibili rumori e davanti allo stupore del controllore si sdraiò con l’orecchio sul pavimento del vagone… Poi architettò l’evento: tre giorni con un inverosimile numero di partecipanti, esecutori e ascoltatori; fu una vera festa musicale che resta nel ricordo ancor più irripetibile di quanto apparve allora come momento di allegro entusiasmo. 

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Li ricordo bene, quella mattina, Cage, Gotti, Gianni Sassi, Walter Marchetti, Juan Hidalgo, circondati da una massa di amici e di curiosi al bar del primo binario della stazione di Bologna, come in un quartier generale, a dare il via al treno preparato. Il quale era una variante del pianoforte preparato, l’invenzione che Cage aveva fatto negli anni Quaranta mettendo viti, gomme, isolante per finestre e altro tra le corde del pianoforte per cambiarne il timbro, per creare una specie di “gamelan”, un set di percussioni pilotato da un solo pianista ad accompagnare la danza di Merce Cunningham. Il treno così diventò come una serie di pianoforti-vagoni dove dentro accadeva di tutto

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Descrivere efficacemente l’environment sonoro è quasi impossibile, perché interagivano tutte insieme fonti di suono diversissime. Sia all’esterno sia all’interno del convoglio venivano diffuse basi preregistrate da Walter Marchetti e Juan Hidalgo su ben duecentodieci nastri magnetici, elaborati da Oderso Rubini e mixati a registrazioni live che Marchetti faceva all’esterno dei vagoni, per cui lo sferragliare del treno e la sua velocità, creavano un andamento vario. Questa base veniva poi intrecciata a interventi strumentali, vocali, gestuali e visivi di Gianfranco Baruchello, Carlo Capelli, Massimo Coen, Esther Ferrer, Gian Felice Fugazza, Luigi Lanzillotta, Marcello Panni, Cristiano Rossi, Marco Scano, Demetrio Stratos (il grande vocalista), Enrico Visani, Augusto Vismara e Giorgio Zagnoni… C’era anche Patrizio Fariselli che insieme a Stratos aveva fondato gli Area. A questi si aggiungeva un immane numero di performer.

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Furono tre giorni contraddistinti da tre diversi itinerari: il 26 giugno, Bologna Piazzale Ovest-Riola-Porrettae ritorno; il 27, Bologna Piazzale Est-Lugo-Ravenna e ritorno; infine il 28, Ravenna-Bellaria-Rimini e ritorno. Il materiale sonoro registrato di allora rimane una memoria storica straordinaria, il documento di un happening: la sorpresa, l’inaspettato, l’improvviso, il gioco della scoperta, tutto ciò che non si presenta mai uguale a ciò che lo ha preceduto, quel caso che si potrebbe sintetizzare nell’idea che il ripetersi implica la concettualizzazione di uno stile, mentre il caso è l’irripetibile stesso. Io giravo galvanizzato tra tutto questo, rammaricato di non avere un pianoforte portatile o gonfiabile; e l’impressione più grande, che sento viva ancora oggi nella memoria, è come la folla non fosse di soli ascoltatori, bensì di partecipanti attivi all’evento. E si divertivano parecchio…

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Il treno veniva accolto nelle stazioni di sosta dai musicisti delle varie realtà locali – gruppi musicali, bande di paese – mentre tutti gli altri ascoltavano, festeggiavano, ballavano, finché il convoglio ripartiva per la stazione successiva con tempi prestabiliti, annunci e fischi del capotreno. Tutta un’altra atmosfera rispetto a un concerto tradizionale, dove il pubblico sta seduto in un ascolto a volte sacrale. Un clima completamente diverso in quella fine anni Settanta, quando le esperienze più alternative quasi mai arrivavano agli orecchi, o, meglio, ai cinque sensi del pubblico. La differenza tra la realtà conservatrice e le nuove forme espressive era diventata sempre più profonda, al punto che Cage disse:

«Se pensate che non sia la musica, chiamatela in altro modo»

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

E tra le tante sue affermazioni che oggi hanno fatto storia c’è anche: «Something always happens»: l’importante era sviluppare «happy new ears!». Il “Treno” di John Cage fu di un’importanza fenomenale sia per l’impressionante macchina sonora che mise in moto, sia perché fu possibile produrlo in una realtà musicale colta, ufficiale, facendolo convivere con i normali cartelloni concertistici: dimostrò così che gli steccati tra i generi e tra le ritualità dei sistemi di comunicazione potevano essere rimossi in un modo fortemente costruttivo.

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Nel 2008, a sedici anni dalla sua scomparsa e come omaggio al geniale compositore americano, il “Treno” è stato ripetuto da Alvin Curran, Oderso Rubini e Massimo Simonini, i quali trent’anni prima c’erano, e si è confermata un’idea vincente per fare e ascoltare musica con la partecipazione collettiva. Ma come si potrebbe oggi definire Cage, di cui si celebra proprio quest’anno, 2012, il centenario? Un genius loci onnivoro, contraddittorio, sciamanico, che ha percorso la musica, il numero, il caso, l’arte visiva, il teatro, la percezione dell’ascolto, la divinazione, lo zen, il gioco, l’anarchia, la micologia. E, tantissime altre cose con una creatività che ha lasciato dietro di sé un polline che attraversa le generazioni future. 

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

Oggi, ovunque si organizzano grandi concerti sempre più liberi da generi e convenzioni con un pubblico giovane sempre meno seduto nelle sale da concerto. C’è chi dice che è un male; c’è chi dice “finalmente”; c’è chi spera che entrambe le cose trovino presto spazio comune. Cage con il “Treno”, ma anche con “Empty Words” al Lirico di Milano (dicembre ’77) e tante altre performance e invenzioni, è stato un anticipatore di tutto questo.

Bologna 1978, performance di John Cage sul treno in giro per la provincia.

© Corinto Marianelli

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